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Carducci in Alabama
Aggiornato al 01/05/2009 13:53:14

GIOSUE CARDUCCI POETA DELLA FRATELLANZA TRA I POPOLI

di Aldo A. Mola (*)

(Discorso detto al Museum of Fine Arts di Montgomery, Alabama, USA, giovedì 30 aprile 2009, in occasione del The Pietrasanta Festival, da Aldo A. Mola, contitolare della cattedra Théodore Verhaegen, Università Libera di Bruxelles, Componente della Giuria del Premio Nazionale “Giosue Carducci”, Città di Pietrasanta).

Giosue Carducci (Valdicastello, Pietrasanta, 27 luglio 1835-Bologna,16 febbraio 1907) è il più grande poeta dell’Italia dall’Ottocento a oggi ed è anche il pilastro portante del lungo ponte tra la Nuova Italia e il mondo, tra gli italiani e tutti gli altri popoli.
Carducci ha insegnato ai compatrioti e a tutti gli uomini gli ideali della libertà e della fratellanza tra le genti.

Carducci nacque a Valdicastello di Pietrasanta, in Toscana, una capitale dell’arte universale. A quel tempo l’Italia era divisa in tanti piccoli Stati, che si erano combattuti sanguinosamente per ragioni meschine ed erano finiti sotto il dominio straniero. Il padre di Carducci, Michele, era un medico che amava il progresso e voleva l’indipendenza dell’Italia. Quando vedeva una nave con la bandiera degli Stati Uniti d’America costeggiare la sua terra, spesso per attraccare a Livorno, Michele Carducci sentiva l’unione tra la sua Italia e il Paese di Richard Montgomery, che si era battuto per l’indipendenza degli Americani sia dall’Inghilterra sia dalla Francia: dal Golfo del Messico a Quebec.

Giosue Carducci apprese il gusto della libertà e dell’ indipendenza da suo padre e dalla sua meravigliosa terra di origine: la Versilia, ove nacque, e la Maremma, ove visse gli anni della formazione. La sua regione offre un paesaggio di straordinaria bellezza. Le Alpi Apuane si alzano verso l’azzurro del cielo e si specchiano nel mare. Il candore del marmo si unisce al blu intenso del Mar Tirreno. Quando percorre lo spazio dalle spiagge dorate dal sole alle cime degli Appennini l’occhio vede il bianco e il rosso delle case e i mille colori dei fiori, degli ulivi, dei lecci, dei pini: tante sfumature del verde. L’animo rimane incantato dinnanzi al miracolo quotidiano della natura. Il Paesaggio, con i suoi colori vividi, il suono delle campane, il silenzio profondo, è poesia. Invita alla saggezza e alla bontà.

Giosue Carducci crebbe in quel mondo di magia, dove la Creazione e l’Opera dell’Uomo si uniscono nel lavoro, danno vita alla Bellezza e infondono un senso di pace. Da ragazzo Carducci amava vagare nei prati e nei boschi, a sentire il canto degli uccelli e la voce segreta degli alberi e delle acque. La mattina andava a vedere i cavalli portati all’abbeveratoio. Passava ore ad ascoltare le parole dei domatori e degli allevatori, i “butteri”, e delle persone anziane. Gli piacevano le vecchie storie, le cantilene sempre uguali da secoli. Quelle persone avevano nel cuore la memoria delle loro famiglie: tante sofferenze, gioie e speranze. La sua Toscana era come le altre regioni dell’Italia, dal Piemonte alla Calabria, dall’Abruzzo al Veneto: terre nelle quali le genti lottarono a lottano con grande dignità per migliorare e progredire un poco ogni giorno.

Carducci narra che quando era ragazzo ebbe per compagni un piccolo lupo e un’aquila: due esempi di natura selvaggia, due modelli di libertà e di ascesa verso gli spazi infiniti. Narra che poi, per punirlo, suo padre strozzò l’aquilotto e vendette il lupo. Forse è solo una leggenda. Carducci vuol far capire che a un certo momento della vita ci accade di essere improvvisamente separati dalle cose e dalle persino dalle persone care. A quel punto bisogna farsi forza e prendersi cura degli altri, di tutta l’umanità. La separazione è dolorosa ma molto spesso è necessaria o comunque inevitabile. Quel che conta, allora, è il ricordo.

Il piccolo Giosue imparò non solo dal paesaggio, dalla famiglia, anzitutto da suo padre, che era molto severo, dalla madre affettuosa, Ildegonda Celli, e dalla nonna Lucia, ma anche dai compagni di giochi e soprattutto dalla scuola. I suoi insegnanti furono in gran parte sacerdoti di spirito molto aperto: erano uomini geniali, scienziati, inventori, poeti, pittori, storici, uniti nel sogno dell’Italia indipendente e unificata. Il loro principale obiettivo era di educare gli allievi a sentirsi responsabili delle proprie azioni: disciplina, ordine, altruismo, umanesimo.
Nel 1855 Carducci si laureò all’Università di Pisa, una tra le Scuole più famose del mondo, patria di Galileo Galilei, lo scienziato che spiegò in modo definitivo il funzionamento del sistema solare, quando ancora molti credevano che fosse il Sole a girare attorno alla Terra.
Dal 1860, quando aveva appena 25 anni, Carducci insegnò all’Università di Bologna, la più antica e famosa d’Italia. In quegli anni nacque il Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1961. L’Unità nazionale italiana venne realizzata da Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, e dal suo grande ministro Camillo Cavour, con il sostegno popolare di Giuseppe Garibaldi. La strada verso l’unificazione era stata preparata da idealisti come Giuseppe Mazzini, che voleva la repubblica, e Carlo Cattaneo, che preferiva una federazione.
In tutti i Paesi il cammino della storia è complesso, pieno di possibilità e anche di scelte difficili. Va ricordato proprio a Montgomery, che fu la prima capitale degli Stati Confederati d’America e dove nel 1861 venne insediato il presidente Jefferson Davis (1808-1889), un democratico che si è battuto per larghe autonomie della sua terra e che ottenne il rispetto dei vincitori.

Carducci è celebre come principale poeta della Nuova Italia. La sua grandezza si basa sul fatto che capì il vero problema italiano: l’organizzazione della Scuola, anzitutto per combattere l’analfabetismo, che era ancora molto diffuso. Secondo lui l’insegnamento, dagli asili d’infanzia alle Università, deve istruire ma soprattutto deve comunicare ideali, educare al culto della Patria, simboleggiata dalla bandiera Tricolore che sventola dalle Alpi alla Sicilia e unisce i cuori di tutti i cittadini, e deve insegnare la fratellanza tra i popoli.
Gli italiani avevano una grande tradizione di arte e poesia. Ogni città aveva (e ha) monumenti importanti e quindi era molto diffuso il gusto per il Bello. Ma Carducci capì che i suoi concittadini avevano bisogno anche di altro, a cominciare da migliori condizioni di vita. Il lavoro era durissimo, l’alimentazione era scarsa. Le malattie, anche mortali, erano diffuse. Carducci visse personalmente i drammi degli italiani della sua epoca: dei cinque figli avuti da sua moglie, Elvira Menicucci, sopravvissero solo tre bambine, Beatrice, Laura e Libertà (Tittì). I due maschi, Francesco e Dante, morirono: il primo appena nato, il secondo a tre anni, quando aveva già imparato a recitare le poesie di suo padre. Carducci fu sul punto di impazzire dal dolore anche perché in quello stesso anno, il 1870, perse la madre. alla quale era affezionato, tanto più dopo la misteriosa morte del fratello minore, Dante.
Giosue Carducci superò quelle terribili prove perché unì alla poesia (come il sonetto Pianto Antico, scritto per la morte di Dante) e alla letteratura lo studio della società e l’impegno politico per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti gli uomini. Nel 1876 Carducci fu eletto deputato alla Camera. Nel 886 e nel 1890 tentò altre due volte di essere eletto. Nel 1890 venne nominato senatore. Fu anche consigliere comunale e provinciale di Bologna: un uomo impegnato nella vita pubblica del suo Paese.
Nel 1879 scrisse il suo programma politico: guarire l’Italia dalla “gran piaga della miseria”, come aveva spiegato Giuseppe Garibaldi, l’ Eroe dei Due Mondi. che egli considerava suo maestro e padre morale. Le statistiche mettevano a nudo le drammatiche condizioni degli italiani: ignoranza, superstizione, miseria, emigrazione. Occorrevano riforme sociali profonde: abolire la tassa sulla macinazione delle farine e sul sale, ridurre le spese militari e aumentare quelle per la sicurezza e per l’amministrazione della giustizia e, in primo luogo, dare a tutti i cittadini il diritto di voto, una conquista fondamentale per i popoli di tutti i Paesi perché è la vera base della democrazia e della libertà, come sanno bene i cittadini dell’Alabama.

Nei Discorsi politici, pubblicati in trenta volumi, Carducci affermò che la Nuova Italia doveva conservare e conoscere il patrimonio artistico ma doveva soprattutto diffondere la scuola popolare, l’istruzione tecnica e valorizzare la ricerca scientifica con le sue applicazioni pratiche. Bisognava bonificare le paludi, risanare i villaggi, sconfiggere la malaria, la pellagra, insegnare i mestieri, le tecniche e rendere più sicure le condizioni del lavoro. Bisognava dare spazio alle invenzioni, alla ricerca, alla fantasia. L’arte non è capriccio. E’ il frutto di una applicazione severa. Il Bello non è improvvisazione. Nasce dalla conoscenza. E’ la lezione del grande Michelangelo Buonarroti, che visse molti anni a Pietrasanta e nelle Alpi Apuane per trovare i blocchi di marmo dai quali estrarre i suoi capolavori.
Carducci spiegò inoltre che occorreva organizzare le casse di risparmio, tutelare la piccola proprietà e prevenire le calamità naturali, come la siccità prolungata, le alluvioni, i terremoti.
Studiò a fondo i problemi dell’industria e dell’agricoltura, nel timore che anche tante regioni italiane potessero ridursi a tragiche “tazze di polvere”, Dust Bowl, come accadde in tanta parte degli Stati Uniti d’America proprio in coincidenza con la Grande Depressione del 1929 e negli anni seguenti.
Costanza Ortoleva, una insigne americanista italiana purtroppo morta a soli 32 anni (1967-1999) ha proposto all’attenzione in Italia il Diario di Ann Marie Low, la scrittrice che narrò con grande efficacia il dramma vissuto dagli Stati Uniti d’America, dal Dakota all’Alabama, in anni durante i quali le culture di cotone, avena, cereali sembrarono annientate come narra la Bibbia quando descrive le sette piaghe d’Egitto.

Nella Nuova Italia Giosue Carducci fu dunque il grande emulo di Michelangelo. Buonarroti usò lo scalpello e fece parlare il marmo. Le riproduzioni dei suoi capolavori, sia in miniatura sia attraverso la fotografia, consentono a ognuno di vivere l’emozione di chi visiti di persona i luoghi ove sono conservati: dalla scala all’interno della Torre Campanaria del Duomo di Pietrasanta a San Pietro in Vincoli, a Roma, ove si ammira il Mosè, alle Cappelle Medicee di Firenze. Carducci usò invece la penna e il libro per moltiplicare attraverso la memoria il senso del bello assoluto. Le sue poesie, come San Martino, Davanti San Guido, Il Bove, rimangono nella mente dei bambini che, quando saranno adulti e anziani, capiranno a fondo il loro insegnamento, il loro profondo messaggio morale. Carducci ha fatto parlare il mare, i colli, le città grandi e piccole della sua terra, gli uomini e le donne della Nuova Italia.
Il suo scopo principale fu la formazione degli italiani, che sino al 1861 non avevano avuto uno Stato unitario ed erano dominati dallo straniero. Va detto, anzi, che l’unificazione venne completata appena 90 anni orsono, dopo la prima guerra mondiale e l’annessione di Trento e Trieste, quando anche reparti di soldati Americani si batterono a fianco degli italiani, come poi è accaduto nel 1943-1945. Carducci capì che gli italiani non erano e non dovevano sentirsi soli: avevano dinnanzi a sé la loro storia millenaria ma anche la lotta per la libertà religiosa, la rivoluzione francese e l’esempio luminoso di George Washington e della nascita degli Stati Uniti d’America.
Lo scrisse nelle poesie (anche in alcune delle sue famose Odi Barbare e nei canti per Lina Cristofori, che conobbe a fondo dal 1871) e in molte lettere. Qui vogliamo ricordare almeno due esempi. Nel 1891, nella poesia La Guerra cantò la “casa candida” di Washington come emblema della “faticosa storia degli uomini”, del loro lungo cammino verso la libertà di tutti, bianchi e neri, di qualunque lingua e religione. Ancora più importante è quanto scrisse nel suo discorso più famoso, per La libertà perpetua di San Marino (30 settembre 1894) Lì Carducci professò la sua fede in Dio, perché - scrisse – “in repubblica buona è ancora lecito non vergognarsi di Dio; anzi da lui ottimo, massimo, si conviene prendere i cominciamenti e gli auspicii...” e affermò che Dio è “la più alta visione a cui si levino i popoli nella forza di lor gioventù”. Dio ispirò gli eroi della libertà e dinnanzi a lui, prima e dopo la vittoria, si inchinò “immacolata di diadema, la fronte di Washington”. La venerazione di Carducci verso Washington si spiega col fatto che anche il poeta e scrittore italiano era massone.
Per Carducci gli Stati Uniti e l’Italia sono dunque accomunati da identici principi e da medesimi ideali: il cammino verso la libertà. Ad aiutarlo nella comprensione del profondo legame tra il Vecchio e il Nuovo Mondo fu anche l’amore per la poetessa Annie Vivanti (1866-1942), che visse parte in Italia e parte a New York e che gli fu molto vicina nei suoi ultimi anni, aprendolo alla conoscenza della giovane e brillante letteratura americana.
Nel 1906 a Carducci venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura, perché, appunto, aveva parlato a nome di tutta l’umanità. Anche oggi il suo nome e il suo insegnamento uniscono gli uomini di buona volontà. Morì pochi mesi dopo. Ricevette

(Discorso detto al Museum of Fine Arts di Montgomery, Alabama, USA, giovedì 30 aprile 2009, in occasione del The Pietrasanta Festival, da Aldo A. Mola, contitolare della cattedra Théodore Verhaegen, Università Libera di Bruxelles, Componente della Giuria del Premio Nazionale “Giosue Carducci”, Città di Pietrasanta).


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